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Quel diavolo di capitalismo

Terza e ultima puntata

 La prima e la seconda puntata di questo articolo sono state pubblicate nei numeri del SETTIMANALE di TRADERS' Magazine dell’ 11 e del 18 novembre scorso.

Sotto il velo uniforme e glaciale della globalizzazione capitalista, i popoli continuano a vivere e a ragionare con le teste degli individui. Malgrado il bombardamento mediatico, pressochè a senso unico, volto a dipingere la globalizzazione come ineluttabile ed irrinunciabile, e la Cina come una inarrestabile locomotiva al servizio degli interessi del mondo produttivo del Pianeta, anzi, ancora, come una “grande opportunità” (tesi che molti Grandi Imbecilli hanno fatto propria e continuano, talvolta, ancora oggi, a sbandierare) gli individui, nonostante questo, continuano a ragionare con la propria testa.
Gli individui continuano a reclamare il diritto alla diversità dei singoli, nella uguaglianza della Comunità.

Le spinte secessionistiche o indipendentiste altro non sono che il tentativo di espressione di quel diritto. La Brexit, l’uscita presunta della Gran Bretagna dall’Unione Europea, non è tanto dovuta alla decorrelazione del dare/avere di quel Paese verso l’Unione: è piuttosto il desiderio di tornare ad essere “inglesi” e non “europei”, è la reazione alla uniformità, all’assoggettamento ad una unità convenzionale nella quale non ci si riconosce. I no di alcuni popoli a scelte a carattere europeista (pensiamo al no secco dei danesi all’euro) sono la reazione degli individui a voler essere tali e a non volersi riconoscere sotto il grande velo della uniformità.

Alla globalizzazione capitalista, mostruosa filosofia nata sui mattoni divelti dal Muro di Berlino, ha fatto comodo la furbesca alleanza con una sinistra mondiale, pronta al grande sogno della uniformità: il sogno Comunista realizzato in altro modo, dove gli individui non contano in quanto tali, ma in quanto massa informe e sostanzialmente inutile, o quanto meno sovrabbondante (a Rockfeller è scappato detto in un contesto dove lui stesso non si aspettava di essere ascoltato da orecchie non proprio condiscendenti: “alla fine, non ci servono mica tutti quegli schiavi …”).

La sinistra, anche quella democratica, progressista, ama sognare di potersi “prendere cura” del popolo. Ama sognare di potersi sostituire alle individualità per il “benessere di tutti”. Nulla di meglio che una filosofia globalizzante, presentata al mondo intero come ineluttabile scelta di progresso, come spinta alla modernizzazione, come nuovo modello di vita: appunto, come “grande opportunità”.  

Siamo reduci dalle elezioni regionali francesi. Il fronte Nazionale della Le Pen ha vinto, anzi ha stravinto. Tutti i giornali “allineati” italiani si sono affannati a trovare motivazioni ad hoc: nulla di meglio che attribuire il successo della Le Pen al terrorismo islamico. Il fatto che il Fronte Nazionale cresce ininterrottamente nei suoi consensi dal 2002 non viene rilevato. La vittoria della Le Pen è un incidente di percorso nella grande strada della uniformità e della riduzione all’unità. Irrilevante e temporaneo incidente di percorso.

Che le alternative portino la faccia di Holland e di Sarkozy non rileva. Che fra le tre facce, i francesi abbiano scelto quella certamente più luminosa e meno deprimente della Le Pen è cosa che non va ammessa. La destra tradizionale e la sinistra sono i portatori e i fondatori di una grande alleanza di comodo che li vedrebbe entrambe distrutte, una volta che il gioco venga scoperto. Fra due tromboni, si è affermata una voce che ha avuto il grande pregio di parlare chiaro e parlare alla gente, invece che ai massimi sistemi. La Le Pen ha vinto per questo.

In Italia, le spinte secessionistiche della Lega, si sono riassorbite, perché giudicate sostanzialmente irrealizzabili, ma è rimasto l’ideale di uno stato non centralizzato, con un potere meglio distribuito. In definitiva, dove gli individui hanno più voce in capitolo e più capacità di controllo e di partecipazione alle decisioni. Se andate in Veneto, sono tutti convinti di una sola cosa: loro sono Veneti, prima che italiani, se non addirittura, per alcuni di loro, invece che italiani. Altro che europeismo.

La grande crisi finanziaria sviluppatasi dal 2008 in poi ha messo allo scoperto un problema endemico terribile degli Stati: la incapacità di tenere sotto controllo il debito. Le grandi democrazie, rette da governi che durano in carica pochi anni, hanno scoperto di avere un colossale punto debole: i governi, essendo di relativamente breve durata, fanno volentieri debiti di cui dovranno occuparsi i governi successivi e non loro che li hanno contratti.

Questo punto debole non è rimediabile e non è stato raccontato ai popoli in modo veritiero: non è una incapacità dei governi, no, sono gli evasori fiscali a creare i buchi di bilancio. E così, in questa follia collettiva della globalizzazione, è nato un concetto di trasparenza, assolutamente anomalo: i governi si arrogano il diritto di guardare dentro le tasche dei cittadini del mondo intero, come se questo rientrasse nella normalità dei loro poteri.

Il diritto alla riservatezza e al segreto ha fatto evolvere l’uomo, attraverso il suo milione di anni di storia. Dall’uomo primitivo che necessariamente nascondeva le prede che cacciava, fino ai giorni nostri, non la “trasparenza” ma la legittima “segretezza” ha consentito l’evoluzione umana. L’innaturalità delle pretese dei governi di poter scrutare dentro la privacy dei cittadini, prima o poi si ritorcerà drammaticamente contro i governi stessi.

Sarà una dietrologia priva di riscontro plausibile. Ma il terrorismo dell’ISIS è il miglior alleato di questa volontà dei governi. L’ISIS è una occasione imperdibile per far digerire ai popoli maggiori controlli, maggiore “trasparenza”, vale a dire violenza arbitraria sulla privacy dei singoli con il beneplacito della opinione pubblica. L’ISIS è il miglior alleato i governi della globalizzazione potessero aspettare di avere.

Lo so, è macabro quello che sto dicendo. Non ho prove tangibili che questo sia voluto. Dico solo che è così. La gente auspica maggiori controlli in un clima da guerriglia. Tollererà altri controlli sui capitali, sui flussi, tutto ciò che verrà venduto come “prevenzione del terrorismo”. Tutto, pur di avere maggiore tranquillità. E allora, l’ISIS, chi avrà voglia di combatterlo sul serio?

Mi fermo qui: io non so prevedere il futuro. So solo che quello che ho descritto in queste tre puntate dedicate a capire il capitalismo contemporaneo, è un clima innaturale da implosione del sistema. Un sistema basato su questi presupposti implode di suo, con gli stessi presupposti con i quali è implosa l’Unione Sovietica, perché il mondo globalizzato è una immensa Unione Sovietica. Questo capitalismo ha ancora pochi anni di vita: sette-otto, a mio parere, forse anche meno. Non può funzionare così. È la classe media e la sua continua espansione in un contesto di democrazia, diritto e centralità del rispetto dell’individuo il motore del capitalismo. È la espansione del benessere al maggior numero possibile di cittadini.

La contrazione della classe media fino alla sua eliminazione è stato sempre il prologo, nella storia, della caduta degli imperi, anche i più grandi ed apparentemente invincibili. Sono le idee che vincono le guerre, prima che gli eserciti. E l’idea vincente del capitalismo è quello che nessuna ideologia economica ha saputo portare tanto benessere a tante persone. Nessuna. La contrazione del benessere, il restringimento della classe media, l’aumento della povertà, la concentrazione anomala della ricchezza è la conseguenza di questo capitalismo globalizzato, di questo capitalismo goffamente impreparato all’assenza della vecchia concorrenza sovietico-comunista.

Questo capitalismo imploderà perché qualche suo componente fondamentale (la Cina? L’Unione Europea? L’Euro?) andrà in cancrena, con meccanismo improvviso ed imprevisto, quanto rapido ed ineluttabile. Auguriamoci avvenga senza conflitti o col numero minore possibile di conflitti: ma quando avverrà, i nostri giovani avranno tanto e tanto da fare per costruire un nuovo futuro. All’inizio degli anni ’80, i giovani di quella generazione ebbero la fortuna di vivere un periodo simile, una epoca economica dove c’era davvero tanto da fare. Bastava averne voglia. Tornerà presto un’epoca simile, quando morirà seppellita quella permeata dall’aria di fine impero che stiamo vivendo ora.

Grazie ai Lettori dell'Istituto Svizzero della Borsa per il continuo sostegno!

L'Autore
Maurizio Monti

Maurizio Monti

editore di TRADERS’ Magazine Italia, presiede il comitato direttivo dell’ Istituto Svizzero della Borsa, trader professionista con circa 30 anni di esperienza nella finanza operativa, dirige una società per lo sviluppo del trading algoritmico


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