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La Fed rialza i tassi. È un segnale di forza, che nasconde due incognite. Wall Street lo sa e ne teme una terza

DIMMI QUANTO RISCHIO
Il barometro dei mercati

 Sette anni sono lunghi, soprattutto in finanza. Ne saranno passati tanti il 16 dicembre prossimo quando la Fed aumenterà per la prima volta i tassi di interesse, salvo sorprese dell’ultima ora, su cui puntano ormai pochissimi operatori. Per quale motivo questa decisione viene vista con una certa preoccupazione dai mercati? La risposta è semplice.

Far crescere il costo del denaro in un quadro economico malgrado tutto incerto è un rischio. Ecco perché c’è chi teme qualche sconquasso il prossimo anno per i listini d’oltre Oceano.

Il nodo è presto spiegato. Il rialzo dei tassi deve essere accompagnato da un parallelo e progressivo sviluppo del Pil. Non c’è una relazione diretta, ovvero “tot” di Pil e “tot” di tasso, ma la linea tendenziale deve corrispondere.
Il +1,5% del terzo trimestre 2015 negli Usa, contro il +3,9% dei tre mesi precedenti, è dovuto – si sa – a fattori contingenti (Cina, petrolio, ecc.) ma non si può escludere che altre componenti intervengano nel 2016. Ecco allora che il trend si fermerebbe, togliendo la speranza che gli States trainino fuori dalle secche il resto del mondo.  

Se l’economia restasse infatti anemica il processo della Fed dovrebbe interrompersi, con incertezze totali. Wall Street teme proprio questo: che il primo scatto non sia accompagnato da successive accelerazioni. Così come che il costo del denaro aumenti in un quadro di fatturati e profitti stabili o in ribasso. Le vere incognite sono quindi due. Ce la può fare l’America delle “corporate” a produrre più utili? E lo può fare in un rapporto correlato all’andamento dei tassi? A molti sembra di no e i tavoli degli studiosi di economia sono pieni di tabelle e grafici preoccupanti da questo punto di vista.

Dal 1992 a oggi il tasso medio Fed si è attestato sul 2,77%, compresi gli ultimi sette anni.
È logico attendersi che si riassesti quindi sopra il 3% per stabilizzarne il valore di qui al 2020. Tabelle e grafici prospettano allora inevitabili crescite di fatturati e profitti delle quotate a Wall Street semplicemente impensabili. La corda rischia pertanto di rompersi da qualche parte, soprattutto quando arriverà il tempo del secondo o del terzo aumento dei tassi. Il momento della verità sarà allora.

Oggi il quadro generale accetta che i Fed fund crescono dello 0,25%, ma cosa accadrà quando si muoveranno di un altro 0,25% e poi magari di un successivo? Nemmeno gli economisti riescono a prevederlo e la conseguenza appare inevitabile: incertezza, incertezza. Che, tradotta in termini finanziari, vuol dire: volatilità, volatilità. Questo forse lo intuivate già.

Ora ne avete una conferma. Si tratta solo di capire se resterà dentro valori accettabili (quindi pendolarismo dei mercati) o salirà verso picchi storici (perciò crollo dei mercati). Oltre alle due precedenti incognite ce n’è quindi una terza. Forse la più inestricabile.    
 


L'Autore

Lorenzo Raffo

Giornalista professionista con 50 anni di professione sulle spalle, si è occupato soprattutto di settori economici. Ora scrive di finanza e principalmente di prodotti finanziari, che spesso “testa” in prima persona. Con gli occhi e la testa di chi sta realmente sui mercati.