Carrello Vuoto!
Portale Indipendente per il Trader e l’Investitore

La globalizzazione ha il febbrone! Per i vostri investimenti ciò vuol dire che...

Bisogna ammetterlo, anche se magari un pò a malincuore per chi ha creduto, come noi, che fosse davvero l’inizio di una nuova epoca. La globalizzazione – in termini di relazioni economiche fra le grandi aree del mondo – è in forte crisi, con una febbre che sale sempre più. Ben diversa la mondializzazione, cioè la creazione di una cultura trasversale fra i popoli, che appare ancor più vivace grazie alla diffusione degli strumenti informatici di comunicazione.

Cosa porta a pensare che la globalizzazione si stia smorzando? Un primo segnale: vari grandi Paesi (Usa, Cina e India “in primis”) puntano ormai a far crescere le proprie economie sviluppando i consumi interni. Un secondo segnale: le aziende, che hanno mirato a riempire il mondo di oggetti più o meno utili, cominciano a soffrire nei propri business. Un terzo segnale: la ricchezza non tende più a crescere, perché nuove generazioni non credono negli “status symbol” del passato: i “millenials” (persone nate tra i primi anni Ottanta e i primi anni Duemila) negli Usa comprano sempre meno automobili, vestono gli stessi abiti e non si appassionano a parlare di come fare i soldi. In molte capitali europee i comportamenti sono simili e c’è chi teme che la crisi cinese in parte tragga origine proprio da questo. E i segnali da citare potrebbero essere molti altri.

Per ora si tratta di intuizioni, espresse con qualche timidezza sui forum più innovativi della finanza occidentale, ma basta seguire i dibattiti per le Presidenziali Usa, osservare i tentativi di alcuni Paesi di staccarsi più meno apertamente dall’Unione Europea (anche se solo con fili spinati e barriere) e notare lo scarso interesse con cui tutti noi seguiamo le crisi di terre lontane, per capire che qualcosa di radicale è cambiato. La spinta a considerarci tutti nanetti di un grande sistema produttivo e finanziario sta franando. Intanto ci richiudiamo nelle strade del villaggio di casa, verificando che quanto acquistiamo non abbia il marchio “made in China” o “made in Bangladesh”.

Domandiamoci allora cosa questa evoluzione potrebbe comportare al mondo degli investimenti. Il più importante effetto potrebbe consistere nello sgretolamento dell’azione congiunta e concordata delle Banche centrali. Con le loro politiche hanno aumentato in maniera mostruosa lo stock dei debiti pubblici, senza che ciò si traducesse in infrastrutture, in servizi migliori e in assistenza. Tutto – ovunque – è invece peggiorato. La parola d’ordine è tagliare, ridurre i deficit, far pagare nuove tasse, senza che l’impatto sia positivo per i conti dei singoli Stati. I debiti, perfino dove i Governi sono più disciplinati, stanno subendo influssi devastanti.

Gli Usa sono tornati indietro, riportandosi ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando ci liberarono dal Nazismo; la Germania ha sulle spalle 1.810.698 milioni di euro di passivo statale e – malgrado tutto quello che si dice – dal 2000 presenta una curva al rialzo; del Giappone meglio non parlare, perché è un’azienda collassata da decenni; la florida e organizzatissima Australia è passata da un rapporto deficit/Pil del 10% nel 2006 al 35% del 2015. Potremmo proseguire per pagine e pagine. Certo c’è chi si salva: Svizzera, Montecarlo, Gibilterra, Oman, Estonia e pochi altri Paesi! Andremo tutti a vivere li?

Loro i banchieri centrali intanto stampano più moneta, sbagliano ogni previsione e anestetizzano i mercati con sorrisi e moine. Lo fanno perché intanto i cittadini li imitano (per fortuna non molti italiani! Per fortuna non i millenials!): si indebitano con la sovrabbondanza (in realtà in calo) di consumi inutili. Che aumentano i profitti di chi li produce, fino al giorno che…

Nelle ultime settimane ha cominciato a circolare la voce che ottenere dati reali di vendita di noti produttori di telefonini stia diventando sempre più difficile. Non è che il vento è cambiato?
Ma torniamo alla motivazione di fondo di questa rubrica settimanale: “dimmi quanto rischio”. Dovremmo rispondere come abbiamo già fatto in passato? No, oggi azzardiamo una proposta diversa.

Se volete non rischiare cambiate – per parte del vostro patrimonio – la logica di investimento. Affiancate ad azioni, bond, fondi o quant’altro asset fisici: monete d’oro, lingottini, gioielli, diamanti, terra, edifici intelligenti e ben costruiti, orti e quant’altro vi viene in mente. Anche per piccoli importi.  
Non domandatevi il perché e non chiedetevi quali siano i pregi e i difetti. Fra qualche anno avrete la risposta giusta!

Lorenzo Raffo  

L'Autore

Lorenzo Raffo

Giornalista professionista con 50 anni di professione sulle spalle, si è occupato soprattutto di settori economici. Ora scrive di finanza e principalmente di prodotti finanziari, che spesso “testa” in prima persona. Con gli occhi e la testa di chi sta realmente sui mercati.