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Convivere con l'illiquidità: sono soprattutto i piccoli a pagare

DIMMI QUANTO RISCHIO
Il barometro dei mercati

Non è solo colpa delle politiche espansive delle Banche centrali, ma in parte anche delle regolamentazioni più stringenti introdotte nel settore finanziario dal dopo crisi Lehman e delle “manine” di non pochi intermediari. La sempre minore liquidità degli strumenti finanziari dipende da ragioni complesse e non è destinata a scomparire nel breve e medio termine.


D’altra parte si riscontra non solo nell’ambito mobiliare ma anche in quello immobiliare, dove quello che potremmo definire lo “spread” fra prezzo di acquisto e prezzo di vendita è alle stelle, con scambi sempre modesti e pervasi di tentennamenti. Ciò accade ancor più sul fronte dei prodotti finanziari.
Gli istituzionali stimano che l’aspetto bassa liquidità possa incidere sui loro costi per circa un 3% dei fatturati annui. E pensano che la sola soluzione consista nell’aumentare le masse gestite. Stesso discorso per le grandi banche, che hanno visto un calo dei ricavi sensibile nei primi tre mesi dell’anno, a causa in parte della minore scambiabilità di prodotti detenuti in portafoglio dai clienti, rimasti bloccati su posizioni o poco liquide o del tutto illiquide.

E il piccolo investitore – di cui nessuno si occupa – come vive questa evoluzione (o involuzione) dei mercati? Paga ben più degli altri. Altro che 3%! Chi riesce a calcolare l’effetto di scambi in contrazione per molti prodotti e quindi con l’allargamento degli “spread” denaro/lettera? Ne risentono soprattutto obbligazioni, Etf/Etc, certificati e…in certa misura anche l’azionario. I dati sul “turnover” di febbraio 2016 rispetto a quello dell’identico mese 2015, riferito a Borsa Italiana, fotografano una situazione molto particolare, con i grandi titoli bancari nettamente in contrazione, mentre le capitalizzazioni meno rilevanti in certi casi sono riuscite a reggere.

La fotografia più problematica riguarda gli Etf: complessivamente i “trades” tengono, ma andando ad approfondire il mercato si nota come ci sia un nocciolo duro che si comporta bene, mentre tutt’attorno si registra un campo minato di emissioni in cui le proposte si limitano a quelle del “market maker” con “spread” impossibili, che di fatto bloccano l’operatività. Un esempio? Martedì 29 alle ore 10.30 il “clone” di uno dei maggiori listini europei – non area euro – evidenziava una proposta in acquisto a 114,53 e una in vendita a 125,56, il tutto naturalmente nelle mani dell’intermediario! Altri esempi? Ne potremmo fare a decine.

Inutile dire che sul fronte bond la situazione è talvolta ancor più parossistica, con una differenza: chi opera sull’“Otc” può trovare super redditizie occasioni dovute a inefficienze anche da parziale illiquidità del mercato, con differenze di prezzo rilevanti da piazza a piazza e da broker a broker. Non teoriche – cioè senza poi reali controparti – ma effettive. Questo però è un “gioco” da grandi.

Tornando ai piccoli, cioè a tutti noi, non c’è da prevedere che i tempi miglioreranno. Quindi il vero barometro, in una situazione così complessa, diventa proprio non più il fattore prezzo ma quello “bid-ask spread”, che va seguito, monitorato e studiato. Attenzione comunque alle statistiche fornite da varie fonti: evidenziano valori che sono medie di tipologie di prodotto, quasi mai riscontrabili nella realtà dei fatti.

L’attribuire tutto questo all’intervento delle Banche centrali è riduttivo. Qualcuno ci tenta, ma non trova riscontro nel fatto che la maggiore illiquidità si verifica su asset non acquistate nell’ambito dei Q.E., come bond “high yield”, bond in valute emergenti, Etf altamente specializzati ed Etc di nicchia. Certo, un effetto traino si registra, ma con un ruolo parziale.

L’origine del problema viene da più lontano e anche dall’assenza di organismi di controllo. La catena di sorveglianza è già talmente complessa da non pensare certo ad altri badanti. Invece di ostacolare l’attività di chi investe sarebbe il caso che gli attuali conduttori degli apparati pubblici, preposti a tale scopo, operassero nel chiarire il perché di certe disfunzioni dei mercati. Forse ne scoprirebbero delle belle!
 
Lorenzo Raffo

L'Autore

Lorenzo Raffo

Giornalista professionista con 50 anni di professione sulle spalle, si è occupato soprattutto di settori economici. Ora scrive di finanza e principalmente di prodotti finanziari, che spesso “testa” in prima persona. Con gli occhi e la testa di chi sta realmente sui mercati.