Il 1989? simile al 2022

Pubblicato il: 7/05/22 12:28 AM

Tutto cambia, nulla cambia.

In queste colonne e in numerosi interventi sui nostri canali o su quelli dove siamo ospiti di altri, abbiamo paragonato il periodo economico che stiamo vivendo all’epoca in cui Carter era Presidente degli Stati Uniti.

Inflazione e recessione insieme erano i protagonisti, e per la prima volta, almeno per me, venivamo a conoscenza della parola “stagflazione”.

La negatività dei mercati attuali è evidente. Nella giornata di ieri, l’S&P500 è tornato a testare quota 4100, rimangiandosi con una caduta spettacolare tutto il percorso in salita fatto a seguito delle parole di Powell l’altro ieri sera. Perdite sopra il 3% per S&P500 e Dow e sopra il 4% per il Nasdaq.

Esaminando la borsa titolo per titolo, tutti sembrano avere un problema.

Se è vero che l’epoca economica assomiglia molto a quello dello shock conseguente alla seconda grande crisi petrolifera alla fine degli anni settanta e inizio degli anni ottanta, esaminando i ritroso i mercati mi è tornato alla memoria il 1989.

Gli investitori erano ancora reduci dal memorabile crollo del 1987, che aveva lasciato una impronta visibile. Molti erano scomparsi dal mercato, altri si erano ritirati.

Così, nel 1989 i rimasti auspicavano un mercato rialzista, come segno definitivo di avere archiviato uno dei periodi più terribili della borsa americana e delle borse mondiali.

Passarono settimane da incubo, nelle quali ad ogni nuovo minimo tutti parlavano di inizio del nuovo ciclo rialzista, portandosi iella a vicenda. Ogni rally era una scommessa fasulla, semplicemente un rimbalzo per vedere poi un minimo più profondo.

Toccato il vero minimo, la borsa americana in 16 settimane tornò a segnare nuovi record.

Ho un ricordo particolare di quell’epoca: molti di quelli che avevano resistito al 1987, nel 1989 non se la sentirono di andare avanti …. e abbandonarono.

Usavo il telex a quel tempo, che molti oggi non sanno neanche che cosa sia, ma era una forma, piuttosto costosa ma l’unica esistente, di mandare comunicazioni scritte in tempo reale da una parte all’altra del mondo: e ricordo di tante comunicazioni dove il destinatario risultava sconosciuto … semplicemente perché aveva abbandonato l’attività e non aveva più senso che avesse un telex.

C’era una infelicità percepibile e diffusa. Il Black Monday del 1987 aveva incrinato la fiducia dei sopravvissuti e un’altra botta era dura da sopportare. Anche quando il mercato tornò a salire, non sembrava qualche cosa di reale.

Non si credeva più alla buona sorte: non ci si fidava, semplicemente.

La FED stava alzando i tassi di interesse a breve termine, toccando un picco inimmaginabile di poco meno del 10%. La curva dei rendimenti si era invertita, come oggi, ma i conti bancari pagavano più delle obbligazioni.

L’inflazione galoppava alla grande. Ma l’economia aveva ancora l’energia dei più o meno mitici anni ottanta e continuò a crescere, malgrado tutto, fino alla metà del 1990.

Poi, il mercato volse di nuovo al ribasso. Nel mondo cominciava a serpeggiare una insolita euforia per l’imminente inizio dell’era della globalizzazione (quella che fece dire a Romano Prodi: “La Cina non è una minaccia ma una opportunità”), dove erano caduti molti muri e dove in Russia non si capiva bene come sarebbe andata a finire, ma l’Unione Sovietica di sicuro aveva cessato di esistere.

In quel clima di apparente ritrovata felicità, in una mattina di agosto, ci svegliammo venendo a sapere che il Kuwait era stato invaso. Una sensazione simile a quella che vivemmo il 24 febbraio scorso, nel 2022 …

I mercati ebbero un altro sussulto, ma in tre mesi si ripresero.

E da lì, partì una epoca di fiducia dei mercati, dove si cominciò a ragionare in termini di “dove può arrivare”. Poi la bolla Dot-com ci fece capire che anche il cielo, in borsa, ha un limite.

Così, se vogliamo tornare al tempo che stiamo vivendo, ora siamo nei pressi del fondo. La fiducia è venuta meno, l’euforia dei primi nove mesi del 2021 sembra un lontano ricordo.

Crisi della supply-chain, incognite sul futuro, paura di fondo, prove di lancio di missili nucleari in Russia, pandemia ancora non risolta, guerra a due ore di volo da noi. C’è altro?

La volatilità ha una curiosa forma di riproduzione di se stessa.

L’alta volatilità genera alta volatilità, la bassa volatilità genera bassa volatilità. Detto così, sembra un circolo impossibile da chiudere, ma chi conosce i mercati a fondo sa che la volatilità ha un meccanismo di autogenerazione.

Così avremo a che fare con questa bestia ancora per settimane, probabilmente, e sarà una compagna di strada piuttosto complicata, come sempre, con cui avere a che fare.

Quando sarà ritornata la fiducia sui mercati e noi pensiamo che è un momento non lontano, la volatilità sarà messa a bada.

L’alta volatilità toccherà un picco, e ci accorgeremo che c’è un cielo anche per essa. E la ritrazione graduale comincerà a generare volatilità in decrescita.

E torneremo a dire: dove può arrivare?

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P.S.: La storia non si ripete ma fa rima. E permette di capire, analizzare, confrontare. Ho scritto questo articolo dopo un sogno: sì, proprio un sogno notturno, dove ricordavo quei tempi, mi vedevo scrivere al telex, chi se lo ricordava più… E così, ritrovando appunti del passato, riscontri, grafici … concludi che le sorti umane sono progressive e tutto cambia perché poi, alla fine, nulla cambia.

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Maurizio Monti
Editore
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